Da luglio 2020 a oggi 5.700 venostani hanno partecipato per un anno con regolarità allo screening sui sintomi di Covid-19, compilando in totale 28.600 questionari online. Tra questi, 845 partecipanti allo studio CHRIS hanno accettato l’invito a sottoporsi a esami del sangue e a un tampone per la rilevazione del virus a inizio studio. 1.100 persone risultate positive nel tempo sono state sottoposte a un esame del sangue ogni tre mesi per un anno per osservare la loro risposta immunitaria. I numeri dello studio CHRIS Covid-19 danno un’idea della ricchezza di dati che il team dell’Istituto di biomedicina di Eurac Research ha raccolto in due anni in Val Venosta insieme all’Azienda Sanitaria. La ricerca è ancora in corso, ma i dati sono già una risorsa preziosa per gli studi su Covid-19 in Alto Adige e nel mondo.  

Nel caso di un’infezione da Covid-19, i sintomi – simili a quelli influenzali come stanchezza, dolori articolari, febbre e mal di testa –  non arrivano quasi mai da soli, ma sempre in modo combinato. Questa indicazione è emersa dall’analisi dei questionari in cui le persone hanno indicato i loro sintomi, selezionandoli tra i 26 indicati. A compilare i questionari ogni quattro settimane per un anno sono state 5.700 persone, tra partecipanti CHRIS e loro familiari conviventi.

Dall’analisi è emerso anche che il fatto di sottoporsi a un test diagnostico non dipendeva dalle caratteristiche individuali delle persone, per esempio età, sesso o grado di istruzione, ma piuttosto dalla situazione pandemica generale o da contatti con persone contagiate. Questi risultati sono già stati diffusi in un articolo preliminare in modo che siano disponibili per tutta la comunità scientifica. 

Tutti i dati di CHRIS Covid-19 possono essere analizzati in combinazione con i dati dello studio CHRIS raccolti prima della pandemia – è già in corso da dieci anni in Venosta – quindi con caratteristiche biologiche e genetiche, dati sulla salute generale e sullo stile di vita dei partecipanti. Si tratta di una risorsa rilevante anche per la comunità scientifica internazionale: i dati di CHRIS Covid-19 sono già confluiti nel più ampio consorzio di ricerca al mondo su genetica e Covid-19 che ha individuato diversi punti del genoma umano fortemente associati a un’infezione grave. Questi risultati sono già stati pubblicati sulla prestigiosa rivista “Nature”.

La ricerca con i dati della Venosta non è terminata. Il team di Eurac Research e i loro partner internazionali stanno studiando per esempio le conseguenze della malattia sulla salute e sulla risposta immunitaria. Così 1.100 partecipanti con una pregressa infezione confermata hanno ripetuto un test sierologico ogni tre mesi per un anno per tenere controllata la presenza di anticorpi specifici in seguito all’infezione da SARS-CoV-2. Questa fase di raccolta si concluderà a breve.

Tre domande a Peter Pramstaller, direttore dell’Istituto di biomedicina di Eurac Research e responsabile scientifico dello studio.

Dal vostro studio emergono indicazioni utili a migliorare la gestione sanitaria della pandemia?

Dai questionari di screening è emerso che l’andamento dei sintomi riportati rifletteva fedelmente l’andamento della pandemia. I picchi dei sintomi anticipavano le fasi più critiche della pandemia in Venosta (novembre 2020 e febbraio 2021). È un’osservazione che potrebbe sembrare ovvia ma che ha un valore rilevante in tema di sorveglianza epidemiologica, in un contesto di costi e difficoltà crescenti nel tracciare i casi di infezione: un sistema digitale in grado di raccogliere con regolarità indicazioni sui sintomi di un campione di persone sparse sul territorio, in forma anonimizzata naturalmente, potrebbe fare da “sentinella” efficace e tempestiva per individuare momenti o aree geografiche a rischio. Lo stesso andamento è stato verificato dai nostri colleghi dell’Università di Lubecca che stanno portando avanti uno studio analogo al nostro.

I dati di CHRIS Covid-19 contribuiscono al più ampio consorzio internazionale di ricerca su genetica umana e Covid-19. Ci sono novità su questo lavoro?

È straordinario che il primo articolo scientifico del consorzio – che includeva i dati di CHRIS Covid-19 – sia stato scaricato 205.000 volte in un anno e citato più di 160 volte in altri articoli scientifici. Sono numeri enormi per un periodo così breve.

Ora la ricerca è diventata ancora più grande: il team può contare sui dati di 220.000 persone entrate in contatto con il virus e di 50 milioni di persone che non hanno contratto l’infezione. I dati vengono da tutto il mondo e permetteranno di approfondire sempre di più il legame tra fattori genetici e Covid-19. Mentre la prima pubblicazione ha individuato 13 geni prevalentemente associati a una forma grave della malattia, ora sono stati individuati altri due aspetti in cui la predisposizione genetica gioca un ruolo importante: sono la suscettibilità di una persona a contrarre l’infezione e la velocità con cui i polmoni possono rigenerarsi quando vengono danneggiati dalla malattia. In particolare è stata individuata una mutazione del gene MUC5B che ha la capacità di ridurre il rischio di ospedalizzazione e una mutazione del gene SFTPD, già nota per essere associata a problematiche polmonari, che lo aumenta.

In totale ora sono 51 i geni associati a Covid-19 identificati dalla ricerca. Queste scoperte contribuiscono a comprendere meglio i meccanismi della malattia e sono la base per puntare allo sviluppo di trattamenti farmacologici mirati.

I dati raccolti potrebbero aiutare a capire cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi?

Il nostro studio non permette di tracciare scenari futuri sulla diffusione del virus, è pensato per migliorarne la conoscenza e indagare i fattori biologici, genetici e ambientali che ne influenzano lo sviluppo. Il quadro che emerge dalla letteratura e dal lavoro di molti colleghi è che oggi il virus muta e si diffonde più rapidamente, cercando di evadere la risposta immunitaria: durante il picco di una variante, con molte probabilità la variante successiva è già in circolazione e, siccome le persone sono tornate a spostarsi, compare in diverse aree geografiche in contemporanea. In questo scenario, fino a quando la scienza non troverà un vaccino che riesca a impedire la trasmissione del virus, oltre a ridurne gli effetti più gravi, i richiami rimarranno lo strumento principale per ridurre il rischio di ospedalizzazione e di decesso nelle persone a rischio. E sarà sempre più importante la responsabilità dei singoli: cautela, mascherine e isolamento in presenza di sintomi per tutelare soprattutto le categorie più fragili.